Testata: L'Indipendente
Data: 04-09-2004

Autore: Ortensia Visconti

Diario da Kabul 8
Storia di Isaac e Zebullah, gli ultimi ebrei
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Kabul-
Flower Street scarta la miseria dei pezzi di carne appesi ai ganci, dei polli malnutriti e delle greggi di pecore maleodoranti per aprirsi alle botteghe di antichità, ai negozi di vestiti ricamati, alle vetrine colme di lapislazzuli e smeraldi. La comunità ebraica in Afghanistan l'ha scelta come il luogo adatto per la Sinagoga di Kabul. Una casa di due piani che si affacciano su un cortile con una fontana in mezzo, alberi fioriti, il rumore dell'acqua che scorre e da tranquillità. E al centro di una stanza luminosa, adagiata su un leggio: la Torah. Un antico libro manoscritto, rilegato in 5 volumi, con le pagine ingiallite dal tempo.
Questa era la Sinagoga di Kabul, prima che li lasciassero da soli. E' rimasta la storia di un libro sacro scomparso, di due uomini testardi, di una sinagoga abbandonata.
Uno è "ricco", l'altro miserabile; uno è giovane, l'altro vecchio; uno mente, l'altro pure.
Zebullah Jaudi ha 32 anni, ma ne dimostra di più. Strofina le mani e sorride affabile sollevando le guance grasse, mentre cerca di vendere uno dei tappeti che importa dalla provincia di Herat, dove è nato. Dopo 8 anni passati in Israele, è arrivato a Kabul con una missione che avrebbe dovuto trattenerlo per 3 mesi. Sono passati 7 anni. "La comunità ebraica mi ha chiesto di tornare qui," dice "mi hanno dato 14000 dollari per riportare indietro la Torah e quello stregone che vive al piano di sotto. Sono venuto per aiutarlo, ma lui non voleva partire e mi ha denunciato ai Talebani accusandomi di avere rubato il Libro. E' un manoscritto originale, vale almeno 2 milioni di dollari e lui lo voleva vendere." Zebullah rimane, per proteggere un libro che non c'è più, una proprietà che non ha proprietari: "Mi hanno offerto 7000 dollari per tornare in Israele. Ma è una questione di principio: questo posto appartiene alla comunità ebraica in Afghanistan, non a Isaac."
Anche Isaac Levy è nato a Herat. Ha 60 anni, e come Zebullah ne dimostra di più. E' inquieto, guarda con spavento in tutte le direzioni, ma ha gli occhi acuti di una faina: "Via, andiamo via di qui, se lui mi vede insieme a voi poi mi picchia." Rifiuta di parlare per strada, s'infila in macchina e abassa la testa per nascondersi: "C'erano molti ebrei in Afghanistan. Almeno 500 famiglie, 80 solo a Kabul. Poi sono partiti e mi hanno lasciato a custodire il Libro e la Sinagoga. Sono rimasto da solo per otto anni. C'era la guerra, le bombe che esplodevano ovunque e io ero qui per proteggere il Libro. Poi è arrivato lui e voleva portarlo via. Non ne aveva il diritto. La Torah  non è fatta per essere venduta. Non ha valore, è vecchia; vale solo come libro sacro." Isaac soffre di solitudine. Con le mani nervose tocca tutto quello che può, indica,  gesticola: "Quindici anni fa, dopo la rivoluzione comunista, la comunità ebraica ha portato la mia famiglia in Israele. Eravamo poveri, la condizione era che io restassi a custodire la Sinagoga." Si dice povero, vorrebbe che qualcuno s'interessasse a lui: "Datemi soldi, ho tanti debiti e vivo di elemosina. Dite in Israele che voglio rivedere mia moglie e i bambini." Ma secondo Zebullah era uno strozzino e quando la sua famiglia è emigrata in Israele lui non ha voluto seguirli: "Ha detto che a Kabul gli dovevano troppi soldi, per andarsene."
A Flower Street, dietro un portone di legno, c'è un piccolo cortile con una fontana secca nel mezzo: "E' stato Isaac" dice Zebullah, "Usava la Sinagoga come un bordello. La gente andava e veniva. Ci faceva stare le pecore, le galline. Prima qui era un bel posto, ora fa schifo." Ci sono tre alberelli morti, e la porta di casa di Isaac. E' una piccola stanza con un tavolo, una sedia, un giaciglio. Le finestre sono chiuse da pezzi di plastica trasparente. Resti di riso bianco e pane secco chiamano le mosche intorno a un piatto. "Senti come puzza!", dice Zebullah, mentre ci sbircia dentro per accertarsi che il vecchio non ci sia.
Al primo piano, la Sinagoga si affaccia sul ballatoio che gira intorno al cortile. E' una stanza di cemento vuota e per entrarci si deve passare da una finestra rotta. Dentro c'è solo un leggio polveroso e raffiche di vento. "Zebullah è arrivato, ha rotto il vetro e ha rubato la Torah" dice Isaac "Poi si è stabillito nella casa accanto."
Quando uno dei due esce di casa, chiude il lucchetto dall'esterno, perché l'altro rimanga imprigionato. Isaac esce presto, "sennò mi picchia" dice, e passa le giornate nel negozio di un amico mussulmano. Zebullah vende tappeti e antiquariato afghano in un piccolo negozio nella stessa strada.
I due uomini non si parlano, ma raccontano una storia identica in una conversazione che va avanti da anni: "Non ho rubato niente," dice Zebullah "La Torah è al ministero degli interni. L'hanno sequestrata a causa di Isaac. Era andato a dire ai Talebani che sono una spia israeliana. Sono stato in prigione, poi hanno capito che mentiva e mi hanno  rilasciato. Lui è tornato dai Talebani per chiedere di uccidermi. Ha detto che si era convertito e che io tramavo contro di loro. Sono venuti qui: volevano costringermi a diventare mussulmano."
Anche Isaac è stato arrestato. Mostra le cicatrici, i denti che gli mancano tra le labbra sottili: "Per 4 volte sono finito in prigione a causa di Zebullah. Ha pagato i Talebani perché mi torturassero. Ne avevo uno seduto sui piedi, l'altro sul collo e mi frustavano a sangue con un tubo di gomma. Un'altra volta gli è andato a dire che ero uno stregone: io copiavo brani della Torah e li davo alla gente ammalata perché guarisse."
"E' Satana!" dice Zebullah.
"Mi picchia." Si lamenta Isaac.
"Non è un essere umano."
"Lo odio!"
"E' peggio dei talebani!"
Ma la Torah non c'è più, e loro restano. Al ministero degli interni non ne hanno mai sentito parlare. E ai Talebani non si può più chiedere dove sia finito quel Libro prezioso, rilegato in 5 volumi. Ma forse non è più questione di un Libro e di una Sinagoga. Isaac e Zebullah si odiano di un odio immenso, che ha tagliato fuori tutto il resto. Insieme hanno 7 figli e 2 mogli. Per anni le loro famiglie li hanno aspettati in Israele. "Mia moglie capisce la situazione" racconta Zebullah "Mi manca e anche le mie due figlie. Gli spedisco dei fax." Isaac non vede i suoi cinque figli da 17 anni. Anche a lui manca sua moglie, "gli ho parlato al telefono per 5 minuti" dice, ma era un'anno fa. Lui non sa, e forse preferisce non sapere che lei ha chiesto il divorzio e un pezzo di carta firmato che glielo autorizzi.

Box: Così scompare una comunità radicata

Sono rimasti in due, ma rappresentano lo strascico di quella che fino a soli 22 anni fa era una antica comunità ebraica. Le prime tracce di questo lignaggio si trovano nell'esilio Babilonese e sono documentate da commenti biblici come dagli scritti di viaggio di Benjamin di Tudela: "A Kabul, la comunità ebraica vive separata dai mussulmani, in un quartiere ghetto."
Alla fine del medio-evo, guerre, forzate conversioni e invasioni hanno isolato la comunità, decimandola. Ma l'oppressione degli ebrei in Iran, nel diciannovesimo secolo, ha provocato un esodo in Afghanistan che li ha portati a  40000 nell'anno 1900.
L'istituzione dello stato di Israele, nel 1948, ha fatto scendere il numero a 5000, che si è andato via via abbassando fino agli anni 50. Malgrado il massiccio abbandono del paese, le comunità di Herat e Kabul sono sopravvissute fino al 1979. Dopo l'invasione sovietica tra le 70 e 80 famiglie ebree sono emigrate in Israele e ne rimanevano  12 a Kabul e 6 a Herat  alla presa di potere dei talebani. Oggi sono partiti tutti, tranne Isaac e Zebullah.